Storia, Tecnologia e Committenza:  restauro di una barca d'epoca  

Fin da bambino, quando ero solito esplorare le barche - queste cattedrali del mare con mio padre, il mio e non solo mio, grande maestro, il termine barca è per me sinonimo di “barca d’epoca”.   Non potevo rendermi conto allora di che tipo di barche fossero quelle sulle quali salivo con papà perché per me quelle erano Le barche: sicure della propria nobiltà che traspariva soprattutto dai loro scafi dagli slanci generosi, superbe, che alla sola vista dalla banchina incutevano una sorta di rispetto e timore reverenziale non comune – ma ne prenderò coscienza solo più tardi - a tutte le barche.

 

 

 

 

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig.01 – Ugo e Stefano Faggioni in visita al Cutty Sark a

Greenwich nel 1999.

 

 

 

 

                     Fig.02 - Goletta Emilia (Costaguta, 1930).

                   Cruscotto per la strumentazione di bordo.

                            Disegno di Ugo Faggioni, 1989.

 

 

 

 

     Fig.03 – S/Y Ketch Iduna (De Vries, 1939). Veduta della         coperta arrugginita, all’inizio dei lavori di restauro.                                            Viareggio 2000.

 

 

 

 

          

Fig.04 – S/Y Ketch Iduna (De Vries, 1939).

Studio dello specchio di poppa che prevede il ripristino

della cubia, anche se cieca, caratterizzante la barca nata per la navigazione sui canali olandesi. La foto di sfondo, il varo nel 1939, evidenzia il disegno come risultato della ricerca.

 

 

 

 

Fig.05 – J Class Sloop Astra (Camper & Nicholson, 1928).Questa composizione riassume il grande lavoro di restauro del 1984: si notano in sequenza le evoluzioni del Piano velico che si sono succedute nel corso della vita della barca per approdare a quello definitivo; gli interni sono stati completamente ridisegnati ma, come si può notare dai particolari, con uno stile vicino a quello dell’ epoca; interessante il particolare della scialuppa, tender ideale per questo tipo di barche, consiglio raramente adottato per questioni di praticità.

 

 

 

 

        

Fig.06 – Auxy. Schooner Orion (Camper & Nicholson, 1910). Qui è stato riassunto il restauro del 1999 che riguardava principalmente il Piano Velico ed il rigging. I disegni di Ugo Faggioni rendono di facile comprensione lo scopo di tutti i ferri e collari, quasi un almanacco di Architettura Navale.

 

 

 

 

        Fig.07 – S/Y Ketch Iduna (De Vries, 1939). Timoneria           riportata alle antiche forme; qui era stata costruita

           un’inutile tuga sproporzionata che appesantiva e

                              rendeva disarmonica la barca.

 

 

 

 

        

Fig.08 – Sloop Magda XIII ( Hanker & Jensen, 1937). 

Piano velico vicino a quello originale di Joahn Hanker, le cui proporzioni sono state tratte da una foto dell’epoca; la compartimentazione e la decorazione degli interni sono completamente nuovi ma rispettano uno stile consono

all’epoca della barca. I Piani generali, non ancora definitivi, evidenziano gli incastri tra l’apparato Motore ed il resto degli ambienti.

 

 

 

 

                    

Fig.09 – S/Y Ketch Yali (Camper & Nicholson, 1924).Altro restauro integrale che va dallo studio del Piano Velico, con relative manovre allo studio degli interni, particolari d’arredo, come lampade e maniglie, compresi.

 

 

 

 

                    

                    Fig.10 - S/Y Ketch Iduna (De Vries, 1939).

          Cucina - cambusa.Lo spazio interno, come su tutte

                   le barche, viene sfruttato al massimo ma

            con particolare attenzione alle rifiniture, cornici,

                         ecc., perfino in uno spazio tecnico.

 

 

 

 

              

Fig.11 - S/Y Ketch Iduna (De Vries, 1939).

Interno Deck House, nuovi interni.

 

 

 

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STUDIO FAGGIONI   YACHT DESIGN

 

 

                Per il grande Ugo Faggioni, credo esistesse un personale concetto di progetto di restauro in cui confluivano passione, amore per la ricerca, curiosità, rispetto, saperi diversi e, per la naturalezza con cui il lavoro scaturiva dalla sua matita, sembrava fosse il frutto di un ricordo remoto, forse appartenuto ad una vita precedente vissuta come barca.

          Ciò nonostante l’approccio al restauro avveniva concretamente con un’analisi completa della barca in tutte le sue parti, anche della sua storia fatta di gloria e molto spesso di sofferenza.

            Questa analisi preliminare dell’intero progetto di restauro che stava per affrontare, veniva raccolta in un libretto e consisteva in un racconto schematico del reale esistente e della ricostruzione del presunto.

            Il libretto diventava man mano un vero e proprio manuale d’architettura navale in cui si trovavano ad esempio il dimensionamento degli alberi, con tanto di formaggetta, i fregi intagliati sulle fiancate dello scafo, gli schemi d’impianti, l’elenco dettagliato delle manovre con persino i diametri del sartiame, l’organizzazione dell’apparato motore, i disegni tridimensionali delle casse della barca.

            La complessità e la completezza di questi libretti redatti per ogni barca testimoniano di quello che mio padre veramente è stato: una figura per la quale i titoli convenzionali di architetto o di ingegnere risultano troppo stretti, piuttosto un Maestro, nel senso Vinciano del termine, laureato con lode su un campo talmente vasto che nessun Ateneo saprebbe inquadrare in un’unica disciplina. 

            Com’è facile immaginare, queste barche non si presentavano mai al restauro nella loro versione originale ma danneggiate: per incuria o, molto spesso, per essere state adattate al charter passando attraverso più proprietari che, privi dell’interesse o del piacere di avere una barca autentica, preferivano adattarla alle comodità contingenti apportando modifiche sia negli interni (realizzati con materiali poveri -nei casi più fortunati- con parziale riutilizzo dell’esistente), sia nell’alberatura che nella coperta.

            Così si presentavano queste particolari imbarcazioni durante la prima stagione dei grandi restauri, quando mio padre diede, credo, uno dei massimi contributi restituendo dignità a molti di questi monumenti galleggianti: Orion, Candida, Mariette, Yali, Astra, Sylvia, Emilia, per citarne alcune “di firma”.

            Il lavoro del restauro presenta oggi le stesse problematiche con alcuni elementi di difficoltà in più rispetto al gioco delle mediazioni tra il valore storico della barca e le specifiche esigenze dell’armatore: la richiesta di tempi brevi di consegna e l’introduzione della moderna tecnologia.

            Potrebbe risultare interessante a questo punto mettere in parallelo le plurisecolari esperienze del restauro architettonico con le più recenti del restauro delle imbarcazioni d’epoca per puntualizzare alcune fondamentali differenze tra queste due tipologie di restauro.

             Il dibattito sul tema del restauro architettonico ha protagonisti eccellenti così per John Ruskin, l’invecchiamento, attraverso l’azione della natura, nobilita il monumento, ne accresce il valore e lo perfeziona esteticamente; per Alois Riegl l’azione dell’uomo appartiene alla storia del monumento; Viollet le Duc considera “necessità imperiosa“ opere di ammodernamento, “aggiunte qualitative di ordine tecnologico“ senza le quali sarebbe impossibile la fruizione del bene architettonico.

            Per i monumenti architettonici si avvalora comunque ormai quasi esclusivamente il “recupero conservativo” improntato a lasciare il più possibile integra l’immagine che i grandi architetti del passato hanno dato.

            Arduo riferire al mondo dell’imbarcazione il concetto di restauro conservativo, giacché a differenza di palazzi, ville e architetture cittadine, le barche e l’architettura navale in generale non godono della stessa longevità.

            È curioso che un’architettura, perché di architettura si deve parlare, così complessa e raffinata soccomba al tempo così rapidamente prima di rinunciare al suo scopo principale che è quello di navigare.

             Nella navigazione la barca deve esprimersi al massimo: qui la sua arma più forte è la seduzione.   Sedurre con le forme, col movimento, solcare l’acqua con sicurezza, aprire ferite dolcissime in un mare compiacente, questa la sua orma. Sembra che le barche dicano: non siamo eterne e vogliamo sedurre con le nostre forme cosicché sia eterno almeno il nostro ricordo.

            Da qui la costante ricerca della proporzione e delle forme aggraziate e gentili capaci di resistere eroicamente all’eterna potenza del mare.

             Non vale per le barche quindi quello che scrive Ruskin sull’invecchiamento come accrescimento del valore; al contrario gli agenti atmosferici, infinitamente più aggressivi in mare, deteriorano in maniera deleteria lo scafo, il guscio entro e sopra il quale si svolge il nostro intervento, per questo sono necessarie continue cure ed eventuali sostituzioni al fine di garantire al nostro “edificio” lunga vita. 

            Di fondamentale importanza è la fase preliminare di attenta consultazione del materiale storico della barca: foto, disegni e/o analisi diretta. Sarà proprio questo materiale a raccontarci la barca nella sua evoluzione frutto dei cambi di gestione sia dal punto di vista armatoriale che da quello del comando; entrambe, infatti, agiscono sull’evoluzione della barca: il primo, imponendo le proprie esigenze sulla fruibilità che si riflettono sia sul tipo di armamento più o meno spinto, sia sugli interni; il secondo sull’ottimizzazione del piano velico e di coperta. 

            È capitato a volte di leggere disegni sui quali i vari comandanti che si sono succeduti al comando avevano lasciato annotazioni sulle difficoltà incontrate nella gestione di armamenti troppo esasperati o insufficienti per determinati tipi di imbarcazione; così come le Ferrari che a seconda della pista vengono perfezionate dai piloti con opportune modifiche di assetto.

 In questi casi le trasformazioni della barca superano il valore della stessa così come era stata progettata in quanto perfezionata da professionisti le cui scelte avrebbero potuto essere avvallate dagli stessi progettisti. Si tende così a riportare l’immagine della barca al suo aspetto ottimale, che non sempre coincide con quello originale.

            Un altro elemento da tenere in seria considerazione è l’evoluzione della tecnologia che si propone oggi a bordo come winches elettrici, e sofisticati strumenti per la navigazione che hanno inevitabilmente “viziato” la maniera di andar per mare. Sarebbe oggi inconcepibile su grandi yacht restaurati, nati per le regate negli anni ’30 riproporre equipaggi composti da circa trenta marinai professionisti. 

            Ecco quindi che la totale originalità della coperta viene inevitabilmente “violata” da winches elettrici per evitare di ripetere quelle, magnifiche anche in quanto irripetibili, scene di dozzine di marinai attaccati a cime di manila per issare rande monumentali.

             Il segnale che il restauro di queste barche sta prendendo piede è evidente nel modo in cui l’industria ha saputo venire incontro ad esigenze di carattere estetico coprendo i modernissimi meccanismi dei verricelli elettrici con campane di bronzo con tanto di personalizzazione; le cime di nylon si nascondono dietro un aspetto pseudo naturale, anche se gli spessori ne rivelano la vera natura; le vele, com’è facile supporre, non sono più di cotone ma del più resistente dacron, con rifiniture a mano da parte delle ditte più specializzate.

             Ciò nonostante l’intento è di mantenere intatto lo spirito ed il carattere della barca, evitare a tutti i costi che vi si possa far violenza, ovvero snaturare all’esterno l’immagine ed il sapore della barca originale. Fondamentale a riguardo mantenere gli ingombri in coperta delle stesse dimensioni originali, evitare che le esigenze degli interni si riflettano in coperta con tughe mostruose che nulla hanno a che vedere con la barca.

            È qui che il committente assume un’importanza rilevante, è qui che si rivelano i suoi veri intenti e la sua capacità di adattamento ad una situazione atipica dove la comodità, la tecnologia e la bellezza devono armonizzarsi con il valore storico dell’oggetto.

             In molti casi gli interni fungono da cuscinetto tra le esigenze dell’armatore ed il desiderio del progettista che comunque ha, nei limiti dell’etica o della propria coscienza, il dovere di accontentare le sue richieste cercando di “dirottarle” su scelte filologiche.

             Per l’arredo è sempre lotta col centimetro per soddisfare l’armatore, le esigenze degli impianti (fondamentali per la completa autonomia della barca) e dell’equipaggio, che vorrebbe fruire di tutti gli impianti nella maniera più agevole possibile per una più semplice manutenzione degli stessi.

             È negli interni che si tende ad interpretare al meglio e ad accontentare l’armatore che riversa sull’architetto il suo più che legittimo desiderio di vivere la barca come “tender” di casa, dove gli ospiti devono sentirsi liberi di fruire delle sue stesse comodità. 

            A seconda della compartimentazione che si ritiene più opportuna per adeguare la barca ai nostri giorni, mirando al massimo della razionalità nell’utilizzo degli spazi fino al limite delle dimensioni dello scafo, si rivestono le paratie con pannelli decorati da cornici il cui stile riflette quello che verosimilmente doveva avere la barca in origine. Nel caso in cui invece di ricostruire le paratie ex novo, si decida di rimettere in loco le vecchie, queste devono essere ripristinate: prima, a terra, si interviene sulle parti marce, togliendo i rivestimenti, e ricostruendo l’anima interna. Questa la procedura che normalmente si segue per ripristinare il vecchio arredamento se esso è talmente bello e prezioso che meriti di essere conservato e, soprattutto, se è in condizioni tali da poter essere recuperato.

             Concepire una distribuzione completamente nuova non significa far violenza alla barca in quanto gli interni dopotutto esprimono dei desideri e delle esigenze che cambiano a seconda dell’armatore che, non dimentichiamolo, è colui che garantisce alla barca, attraverso l’onerosa impresa del restauro, un futuro. È in questa ricerca della personalizzazione, del segno di distinzione che la quasi totalità degli armatori fa imprimere alla propria barca, che evidenzia come non ci si possa affacciare al restauro delle barche d’epoca come davanti ai vari pezzi di antiquariato dove la conservazione ed il ripristino totale dell’originalità è d’obbligo. 

La barca, anche se dal particolare valore storico, è un bene che per continuare ad essere vissuta e quindi a vivere necessita di adattamenti alle esigenze dei nostri giorni, a meno che non sia destinata ad un museo.

Restaurare una barca non significa necessariamente riportarla al suo aspetto originale, tutto sta a adattarla con giudizio rispettandone la natura e salvaguardandone l’immagine. 

 

 

 

Pubblicato su DDD Disegno e Design Digitale  N° 3, Luglio 2002 –Design Nautico.

 

 

STUDIO FAGGIONI

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